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Una presentazione
Noi Saremo Tutto è una rete nazionale di collettivi politici, di differente composizione e storia, ma accomunati dalla volontà di riproporre un punto di vista comunista all’interno dei movimenti antagonisti e nelle lotte di classe che organizziamo e a cui partecipiamo. Per troppo tempo il discorso marxista è stato relegato a parodie comuniste slegate da ogni tipo di realtà effettiva, quali partitini e congreghe carbonare, oppure svilito e annacquato dalle più o meno recenti retoriche interclassiste e/o riformiste, comuni sia a una parte dei movimenti che ai partitini parlamentari post-comunisti oggi in via d’estinzione. Siamo dunque il prodotto di una sconfitta storica, quella delle lotte di classe degli anni ’60-’70, ma anche il tentativo di recuperare una credibilità politica che possa interagire con le nuove trasformazioni sociali causate dalla riorganizzazione produttiva del capitale. Un tentativo che sia all’altezza dei tempi, creativo, che non ricalchi esempi storici inattuabili nel nostro contesto, ma che non rifiuti a prescindere il discorso sul potere e sulle forme della sua conquista.

Organizzazione
Crediamo che una delle caratteristiche decisive per chi voglia oggi ricominciare ad esercitare una effettiva egemonia di classe nella società sia discutere il tema dell’organizzazione. Pensiamo che l’esperienza novecentesca della forma partito vada reinterpretata alla luce dell’attuale panorama sociale, ma allo stesso tempo crediamo che solo l’organizzazione politica della classe possa portare avanti un discorso antagonista che non si fermi al mero sostegno delle lotte sociali spontanee. La sconfitta delle organizzazioni politiche negli anni Ottanta, nonché il più generale fallimento dei socialismi reali e delle posizioni politiche che li sostanziavano, ha prodotto in Europa, e soprattutto nel nostro paese, un rifiuto a prescindere dell’organizzazione politica, percepita come avanguardistica, ideologica e slegata dalla reali esigenze della società. Questo discorso, sommato alla sempre più diffusa percezione di alterità della società rispetto al mondo della politica “ufficiale”, ha determinato una “rinuncia alla politica” da parte di molti compagni, rifluiti nell’organizzazione sociale di pezzi di territorio e nel supporto delle varie vertenze che le contraddizioni territoriali prodotte dal capitale si portano inevitabilmente dietro. Questo fatto ha avuto per effetto l’esplosione di migliaia di micro-vertenze sociali, tutte legittime ma tutte accomunate da una sostanziale irrilevanza politica. Sebbene tutte le lotte sociali siano in realtà parte della più generale lotta di classe, queste possono essere sintetizzate solamente da una discorso politico che le unisca. E’ qui che si situa il discorso dell’organizzazione, cioè quale forma organizzativa sia oggi la più efficace per sintetizzare le mille vertenze sociali che si esprimono nei territori e nei posti di lavoro.

Classe
Gli ultimi vent’anni hanno visto modificarsi radicalmente il panorama sociale e la composizione di classe. Lentamente ma inesorabilmente, le condizioni di vita e di lavoro di quote sempre più tendenti alla maggioranza della popolazione si sono accomunate a quella dei cosiddetti paesi in via di sviluppo. Nonostante la retorica liberale individui nella crescita delle condizioni di vita di territori un tempo definiti “terzo mondo” il progressivo livellamento con la qualità della vita dei paesi a capitalismo maturo, il processo avvenuto è l’esatto opposto: progressivamente si sono accomunati i diritti e le condizioni di lavoro dei lavoratori occidentali alle masse senza diritti e in condizioni di semi-schiavitù dell’Asia e dell’America Latina. Emblema di questo mutamento sociale è la condizione migrante, dapprima strumento per scardinare i livelli salariali e contrattuali dei lavoratori autoctoni, e oggi condizione media del precariato diffuso presente in Italia e in Europa. Oggi la condizione del lavoratore migrante è il paradigma sociale dal quale il capitalismo estrae la maggior parte del suo profitto, e quote crescenti di lavoratori autoctoni sono in tutto e per tutto livellati alla condizione migrante, almeno per ciò che riguarda la condizione lavorativa. E questo pezzo di società è escluso da ogni percorso di integrazione politica. L’offerta politica rappresentata dai partiti ufficiali che mirano al Parlamento risulta sempre di più l’offerta per un terzo di società sostanzialmente integrato e soddisfatto delle proprie condizioni di vita e per il proprio futuro. L’altra metà, se non i due terzi, di questo enorme magma sociale, non trova più alcuna possibile rappresentanza politica. Questo fatto ha prodotto il rifiuto totale e il disinteresse per queste fasce sociali verso il momento del voto e più in generale della politica. Rifiuto che si è espresso, in questi anni, nelle giornate di piazza romane del dicembre 2010 o nell’ottobre 2011, così come nell’astensionismo crescente e ormai maggioritario, o che in parte ha cercato nel M5S quel soggetto che facesse piazza pulita del palazzo e dei suoi partiti.

Antimperialismo-Internazionalismo
Dalla caduta del campo socialista sembra essersi persa la capacità di orientarsi sul campo della lotta di classe declinata a livello internazionale. Nel corso degli anni le guerre imperialiste in Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, Ucraina (solo per citarne alcune) hanno mostrato una capacità di analisi e mobilitazione sempre decrescente da parte del movimento di classe. Lo stesso deficit si esprime nella fatica che si fa ad individuare nel nascente polo imperialista europeo dell’Unione Europea il nemico mortale del proletariato continentale. Così come l’eurocentrismo con il quale si guarda a tutte le esperienze progressiste o socialiste che esistono a livello globale è un’altra faccia della stessa medaglia. Crediamo che una cura ricostituente delle categorie di antimperialismo e internazionalismo sia di fondamentale importanza per potersi orientare e collocare politicamente.

Antifascismo
La nostra rete nazionale sperimenta sui propri territori una sana lotta antifascista. Sotto un profilo particolare, noi intendiamo per antifascismo la capacità di tenere unite e far agire congiuntamente le battaglie culturali, politico-sociali e militanti tese a limitare – e laddove possibile estirpare – l’agibilità politica delle forze neofasciste. Detto altrimenti, secondo noi l’antifascismo non può comporsi esclusivamente di una delle tre articolazione elencate, ma necessita di un impegno generalizzato attraverso cui si riesca a colpire all’unisono l’agibilità fisica, la presenza nei tessuti produttivi e il nuovo immaginario di cui i fascisti si stanno dotando. La nostra lotta si muove tanto contro quelle esperienze che si richiamano alla passata tradizione del fascismo canonico, del ventennio mussoliniano, tanto a quelle che invece oggi, in un momento di forte debolezza delle alternative anti-capitaliste, provano a germogliare all’ombra della retorica della “rivolta generazionale”, del “né rossi né neri”. Sotto un profilo più ampio, invece, ci riconosciamo nell’assunto secondo cui l’antifascismo è l’anticapitalismo, poiché come ha dimostrato il corso della storia la manodopera fascista è stata sempre utilizzata dal padronato e dalle borghesie internazionali come strumento di controllo e oppressione delle lotte d’avanguardia del movimento operaio internazionale.

Salario-Reddito
Come rete nazionale crediamo che la contraddizione principale, da cui si determinano le differenti condizioni di sfruttamento per le classi subalterne, sia ancora quella fra capitale e lavoro. Da questo ne deriva un rifiuto netto per quella serie di teorie che vedono nella fine della teoria del valore il segno della modernità capitalista, oppure nascondono tale tendenza dietro a concetti aleatori quali il biopotere, che porterebbe il Capitale ad estrarre profitto anche al di fuori della messa a lavoro del soggetto sfruttato. Da questo ne consegue il nostro scetticismo verso le proposte di reddito di cittadinanza o universale, che dovrebbe remunerare una prestazione lavorativa che nei fatti non sussiste. Crediamo al contrario che la battaglia decisiva dei movimenti antagonisti sia, sul piano sociale, quella per l’aumento del salario e del miglioramento delle condizioni lavorative dentro i luoghi di produzione. E che in sostanza tutte le lotte politiche, anche non direttamente riguardanti il posto di lavoro, mettano in discussione la produzione capitalista, e non la redistribuzione riformista. Non è possibile allora parlare di redistribuzione senza affrontare il nodo centrale della produzione.

Immaginario
La crisi economica di questi anni ha messo in luce la debolezza e l’inadeguatezza di ogni ipotesi alternativa all’attuale sistema di produzione. Sebbene investito da una crisi sistemica, il capitalismo – dopo l’implosione dell’Unione Sovietica e le dure sconfitte subite, a partire dalla fine degli anni ’70, dal movimento comunista internazionale e dall’intera classe operaia – continua a non avere alternative sul piano politico, a imporsi come unico modello pensabile entro il quale riportare ogni ragionamento e ogni possibile opzione politica. A ben vedere, l’affermazione del capitalismo, in questi anni, è avvenuta sul terreno politico e culturale e molto meno su quello economico. Un sistema sociale in costante arretramento, ma che continua a non avere alternative politicamente realizzabili. Una sorta di egemonia culturale negativa, incapace di convincere o entusiasmare, ma forte abbastanza da impedire la nascita del nuovo. L’assenza di qualsiasi proposta alternativa all’attuale sistema di sviluppo è emersa prepotentemente proprio in questi anni di crisi. E’ dunque la sconfitta politico-culturale il segno di questi tempi. L’assenza, anche in ambito antagonista, di saper immaginare il futuro, di saper indicare alla società sfruttata una via d’uscita perseguibile. Nonostante gli errori e le sconfitte storiche che hanno contrassegnato il suo sviluppo, il socialismo realizzato rappresentava una potente alternativa politica capace di aggregare quote maggioritarie di lavoratori. Oggi allora compito principale dei movimenti antagonisti dovrebbe essere quello di ricostruire un immaginario comune, capace di saper indicare, anche nella diversità delle varie soggettività politiche, una meta comune. Nel Novecento questa meta comune era il socialismo. Oggi va approntato un discorso capace di far convergere le lotte di classe verso una soluzione al sistema capitalista, che non sia solo distruttiva ma anche capace di coinvolgere chi non si mobilita direttamente nelle lotte. Tornare a saper parlare alla società, essere comprensibili, attraverso l’utilizzo intelligente di una retorica e di una propaganda non per soli addetti ai lavori, è allora uno degli obiettivi della rete Noi Saremo Tutto.

Conclusione
Noi Saremo Tutto non è nato per essere un centro studi marxista, né questa rete esaurisce il nostro percorso politico. E’ un tentativo di aggregazione politica, largo e inclusivo, che possa rimettere all’ordine del giorno e su un terreno di massa la lotta per il comunismo, nelle forme aggiornate che gli anni Duemila impongono. Facendolo a livello nazionale e non solo locale. Provando cioè ad incidere politicamente nel dibattito pubblico. L’obiettivo fondante della rete è stare dentro le lotte di classe, da avanguardia politica, capaci di giocarci il nostro ruolo sia sul piano mediatico che in quello del capillare lavoro sociale di internità verso quei pezzi di classe oggi centrali nello sfruttamento capitalistico. L’obiettivo è dunque porci sul piano del conflitto, in tutte le sue forme, che siano uno sciopero, un picchetto anti-sfratto, uno scontro di piazza o un pensiero rivoluzionario. E’ una rete che si pone sul piano dell’agire politico e non della teoria, ma che cerca di adeguare la propria prassi ad un pensiero davvero antagonista e al passo coi tempi.

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